Quando le lacrime ti fanno pensare e ti invitano a ripartire per costruire nel nuovo millennio

Quando avevo 17 /18 anni mi era stato chiesto di scrivere un articolo sullo sport, per un giornalino fatto da giovani impegnati, che avevano voglia di scrivere le loro riflessioni sui temi più diversi e a me, che ero la “sportiva” del gruppo, mi era stato chiesto di scrivere qualcosa proprio sullo sport. L’articolo si intitolava “c’è sport e sport “ e da quel titolo partivano riflessioni idealistiche e, a volte un po’ adolescenzialmente scontate, sull’etica sportiva, sul significato e i valori educativi dello sport, su come sia utile per formare il carattere, abituandoti a reagire alle difficoltà sempre, ma soprattutto sull’ importanza che ha o può avere nella vita quotidiana; infatti chiudeva con … “ se praticato con passione, non riesci più a staccarlo dalla  tua vita e ti da la possibilità di vivere in un ambiente giovane, elettrizzante, diverso e aperto a tutti”.

Mi ero completamente dimenticata di questo scritto, fino alle Olimpiadi di quest’anno e in particolare al giorno della grande tristezza: quando Alex, un grande, uno che ha avuto tutto e dato tutto per lo sport, ha raccontato la sua storia di doping.

Le riflessioni di allora sono tornate alla mia mente, ma unite a nuovi sentimenti che da un po’ di tempo, meglio da quando ho iniziato a metà 2010 questa nuova avventura sportiva da dirigente mi affollano la testa.

La storia di Alex è una tra le tante e dopo attimi e momenti di profonda indignazione, mi rimane solo l’eco   di una domanda alla quale è doveroso che ogni dirigente provi a dare una risposta: PERCHE’. Capire il senso del dove siamo andati e stiamo andando credo sia il punto di partenza sul cosa vogliamo costruire per il futuro e su quali valori vogliamo far vivere lo sport.

Spaventa l’esasperazione del risultato ad ogni costo, ma  spaventano ancor più le motivazioni, non è più solo la ricerca di andare oltre i propri limiti mediante un percorso duro di allenamento, ma è superare se stessi per fare dello sport uno spettacolo, usando ogni mezzo lecito e non, è superare quel sottile filo teso che, Nietzsche diceva, separa la bestia dal superuomo.

Credo che bisogna nuovamente tendere a quel modello positivo di “superuomo” che permette di esprimere l’agonismo vero e positivo, goliardico, a volte spinto, ma mai esasperato. E’ ritrovare la dimensione equilibrata della ricerca del risultato, in cui non si dimentica mai che in ogni momento l’uomo /atleta non è mai una macchina, ma è sempre e prioritariamente  una persona.

Penso  si debba ripartire dalla persona e dall’ aiutare a crescere e formare atleti/persone a tutto tondo, in grado di ribellarsi nelle giuste forme e non di sentirsi costretti a distruggersi per far capire tutto il loro disagio. Significa ridare allo sport il valore di passione, di gioia, di competizione positiva, combattendo doping, logiche economiche e di lobby   di potere, che ormai da decenni hanno fatto prevalere come ovvi atteggiamenti  del tipo “lo fanno tutti”. Significa tornare alle origini e tornare a quegli esempi positivi, quei “superuomini” che ancora oggi possono insegnarci molto o forse tutto: Pietro Mennea, Stefano Mei, per rimanere solo nell’atletica e persone vicine alla nostra Società.

Alle Società sportive tocca un atto di responsabilità civile ed etica, soprattutto a quelle di base dove lo sport pulito e attento ha ancora cittadinanza,  che devono unirsi per far prevalere la filosofia dei valori e della passione, per fare da “medicina” al mondo malato delle alte sfere dove logiche economiche e di lobby dominano in modo vistoso e incontrollato da decenni.

Il nuovo millennio sta chiamando le Società sportive a molte sfide, ma sono convinta che questa sia la più importante, perché non ci siano più Alex, le sue lacrime e il suo disagio e la sua fragilità devono rimanere negli occhi di ogni dirigente per ricordarsi dove non si deve più arrivare.

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